Nel processo 'Sisma' a Mantova emergono omissioni e versioni discordanti riguardo la ricostruzione post-terremoto. Un tecnico ammette di non aver rivelato il legame familiare con un'impresa edile.
Omissioni e versioni contrastanti nel processo
Il tribunale di Mantova affronta il processo 'Sisma'. Si indaga sulla corruzione legata alla ricostruzione post-terremoto. Emergono evidenti omissioni e versioni che cambiano. Nomi importanti non vengono pronunciati in aula. Si parla di un sistema basato su mancati chiarimenti.
Il focus si concentra su una ditta specifica, la Bondeno. Viene descritta come estremamente efficiente. Avrebbe potuto completare i lavori in tempi rapidissimi. Questo aspetto è centrale nel procedimento. Riguarda le accuse di corruzione a carico di Carlo Formigoni e Monica Bianchini.
Il ruolo del tecnico istruttore
Un tecnico istruttore, identificato come Todaro, ammette in aula. Ha lavorato per i comuni colpiti dal sisma. Riconosce di non aver dichiarato che l'impresa Bondeno fosse di suo padre. Questa omissione è vista dall'accusa come fondamentale. Il pubblico ministero Michela Gregorelli sostiene questa tesi.
Secondo l'accusa, si sarebbe creato un meccanismo preciso. Questo avrebbe portato al riconoscimento di contributi pubblici. Tali contributi sarebbero stati superiori al dovuto. La ditta Bondeno avrebbe ricevuto un trattamento prioritario. L'assegnazione dei lavori sarebbe avvenuta in modo irregolare. Questo sistema sarebbe passato anche attraverso atti contrari ai doveri d'ufficio.
La ricostruzione di Formigoni
Carlo Formigoni descrive la sua casa. Era stata danneggiata dal terremoto ed era molto grande. L'abitazione era divisa in due parti. Per una porzione, il contributo di 65mila euro non era sufficiente. I lavori si erano fermati. Nel 2019 si aprì la possibilità di riprendere la pratica.
Formigoni ricorda un incontro in Comune. Si recò con l'architetto Bianchini. Lì incontrarono un tecnico molto competente, Todaro. Dopo circa dieci minuti di colloquio, si prospettò la possibilità di rifare i conteggi. C'era una condizione implicita: bisognava agire in fretta.
Successivamente, il contributo salì a 146mila euro. I lavori furono affidati alla Bondeno. L'impresa incassò 135mila euro. In passato, Formigoni aveva dichiarato che la ditta gli era stata imposta. Affermò che per rispettare le scadenze, doveva accettarla. Ora, però, ritratta. Nega pressioni e ridimensiona il suo ruolo. Attribuisce la responsabilità principale all'architetto Bianchini.
Le dichiarazioni di Bianchini e Todaro
L'architetto Monica Bianchini conferma la fretta. Sottolinea la necessità di un'impresa affidabile. La scadenza era imminente, il 31 dicembre. Racconta di due incontri nell'ufficio di Todaro. Quest'ultimo le chiese di organizzare un incontro con Formigoni. Doveva essere presente un'impresa «preparatissima».
Bianchini nega di sapere cosa ci fosse dietro. Afferma di non conoscere il titolare dell'impresa. Non sapeva che Francesco Garofalo, legato alla ditta, fosse un prestanome. Né che l'impresa fosse collegata a Todaro.
Arriva poi la testimonianza di Todaro junior. Cerca di minimizzare il suo ruolo. Si definisce un tecnico istruttore senza poteri decisionali. Le sue giustificazioni riguardano anche intercettazioni. Afferma di aver detto «faccio io, decido tutto io» per fare il fenomeno con suo padre.
Tuttavia, ammette un punto cruciale. «Ho proposto io la Bondeno». Non ha però dichiarato che fosse di suo padre. Questa omissione contrasta con altri dettagli emersi. Il numero del «geometra Antonio» fornito a Bianchini. Le conversazioni dirette.
Il giudice Giacomo Forte fa notare l'incoerenza. L'incastro delle versioni non regge. La prossima udienza è fissata per il 18 maggio.
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