Un padre di Carate Brianza è stato condannato a quattro anni di carcere per gravi reati commessi contro la figlia. La sentenza è arrivata dopo una serie di accuse e ritrattazioni.
Condanna per violenze familiari
Un uomo di Carate Brianza è stato giudicato colpevole. La pena inflitta dal Tribunale di Monza è di 4 anni di reclusione. L'uomo è stato anche interdetto dai pubblici uffici per 5 anni. La condanna riguarda accuse di maltrattamenti, lesioni personali e sequestro di persona. Questi fatti sono emersi nel 2023.
La figlia, all'epoca dei fatti minorenne, aveva sporto denuncia contro il padre. Durante il processo, la ragazza ha tentato di ritrattare le accuse. Il giudice ha avvertito la giovane sui rischi di falsa testimonianza. A soli 20 anni, avrebbe potuto affrontare conseguenze legali serie. Le sue dichiarazioni iniziali sono state quindi confermate.
Precedenti condanne e aggravanti
L'uomo aveva già accumulato diverse condanne. Queste hanno portato al suo arresto e al cumulo delle pene. Inizialmente ai domiciliari, è poi finito in carcere. Le sentenze includono 2 anni per stalking verso impiegate dei servizi sociali. Queste operatrici seguivano l'ex compagna e madre dei suoi 4 figli. La denuncia di maltrattamenti in famiglia era già costata all'uomo altri 2 anni di reclusione. A questi si aggiungono 14 mesi per resistenza a pubblico ufficiale. L'aggressione avvenne durante una perquisizione dei carabinieri.
Successivamente, sono emerse le accuse relative alla figlia primogenita. La ragazza, raggiunti i 18 anni, ha raccontato di un regime oppressivo. Il padre le impediva di cercare lavoro. Non poteva scegliere i propri abiti. Le era vietato avere contatti con la madre. La giovane aveva lasciato la madre per vivere con il padre.
Controllo ossessivo e violenza
La figlia ha descritto un controllo ossessivo. Ha riferito insulti continui e scoppi di rabbia. Ha parlato di percosse fisiche. In aula, la ragazza ha inizialmente dichiarato: «Ha sbagliato, ma è sempre mio padre. Voleva controllarmi la vita, poi ho capito che lo faceva per proteggermi». Questa frase suggerisce un tentativo di minimizzare la gravità delle azioni paterne.
La difesa dell'imputato ha contestato la versione della figlia. Secondo gli avvocati, la situazione non era come descritta dalla giovane. Nonostante i presunti abusi, la ragazza era tornata a vivere dal padre in diverse occasioni. La difesa ha negato il sequestro in casa. L'abitazione si trova al piano rialzato. La ragazza stessa avrebbe ferito il padre in passato. Ha ammesso di averlo colpito con un bastone, causandogli una ferita al sopracciglio. Ha anche tentato di scavalcare il balcone, procurandosi una distorsione alla caviglia.
Tentativi di scagionare il padre
I carabinieri non sono riusciti a installare il braccialetto elettronico. Questo strumento avrebbe dovuto segnalare contatti con la figlia. La ragazza non aveva accettato di indossare il dispositivo di controllo. Ha giustificato la sua reticenza con la sua natura distratta. «Sono una sbadata, a volte dimentico anche il telefonino», ha detto al processo. Questi tentativi di proteggere il padre non sono serviti a evitare l'ennesima condanna.
La sentenza del Tribunale di Monza conferma la gravità dei reati contestati. L'uomo dovrà scontare la pena detentiva. L'interdizione dai pubblici uffici limiterà ulteriormente le sue possibilità future. La vicenda evidenzia le difficoltà nel gestire casi di violenza domestica e le complesse dinamiche familiari.
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