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La difesa degli imputati nel processo Pfas sostiene che la società Miteni sia stata usata come capro espiatorio. Secondo i legali, tutti gli enti pubblici erano a conoscenza degli scarichi di sostanze inquinanti, ma non intervennero per mancanza di limiti normativi.

Miteni capro espiatorio per scarichi Pfas

La società Miteni viene indicata come un capro espiatorio in merito alla vicenda degli scarichi Pfas. Questa è la tesi sostenuta dai legali di difesa degli imputati nel processo in corso a Vicenza. Essi affermano che tutti gli enti pubblici fossero a conoscenza degli scarichi avvenuti nelle acque di fognatura. La mancanza di preoccupazione sarebbe dovuta all'assenza di evidenze scientifiche sui rischi per la salute. Inoltre, non esistevano limiti normativi specifici per queste sostanze, né all'epoca né oggi.

I legali sottolineano come la Miteni, dopo un allarme nel 2012, si sia autodenunciata nel 2013. La società aveva dichiarato di utilizzare Pfas e altre sostanze chimiche. L'inchiesta avviata dalla procura venne poi archiviata. La motivazione fu la mancanza di valori-soglia previsti dalla legge per tali contaminanti.

Enti pubblici consapevoli degli scarichi

Gli avvocati Novello Furin, Leonardo Cammarata, Ermenegildo Costabile, Salvatore Scuto e Raffaella di Meglio rappresentano i 15 imputati. Questi sono accusati a vario titolo di avvelenamento delle acque, disastro ambientale innominato, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e bancarotta fraudolenta. La Miteni è in liquidazione da tre anni. Le multinazionali Mitsubishi e Icig sono state individuate come responsabili civili.

La difesa evidenzia come la Regione Veneto abbia visto respinta la sua richiesta di insinuarsi nel passivo della Miteni. La Regione chiedeva quasi 5 milioni di euro per danni ambientali. Il tribunale civile di Vicenza ha rigettato la richiesta. Tra le motivazioni, il collegio presieduto da Cazzola ha citato la mancata fissazione di limiti di concentrazione soglia per i contaminanti. Inoltre, la Miteni avrebbe sempre rispettato i limiti imposti nelle autorizzazioni per il conferimento dei rifiuti in fognatura.

Contestazione documentazione scarichi

Le difese hanno presentato una memoria per contestare parte della documentazione fornita da Viacqua, parte civile nel processo. Viacqua sostiene che nelle richieste di rinnovo delle autorizzazioni allo scarico in fognatura presentate tra il 2004 e il 2012, la Miteni non avesse mai menzionato i Pfas. I legali degli imputati ribattono affermando la continuità aziendale tra Miteni (allora Rimar) e Viacqua.

Secondo la difesa, già nel 1988 la Rimar aveva compilato un modulo. Questo modulo indicava l'occupazione nel «ciclo di produzione perfluorurati» e le sostanze utilizzate. L'allaccio in fognatura fu sempre autorizzato sulla base di quell'approvazione iniziale, risalente a 34 anni fa. In epoche successive, l'ente gestore impose dei limiti allo scarico. Questo, secondo la difesa, dimostra la consapevolezza di quanto finiva nelle acque reflue.

«Emerge indiscutibilmente», si legge nella memoria difensiva, «che il refluo conferito proveniva dai sistemi di abbattimento dei cicli di produzione. Il refluo non poteva che contenere tali sostanze e il gestore ne era consapevole». Le successive diffide non avrebbero contestato scarichi all'insaputa del gestore, ma piuttosto il superamento dei limiti stabiliti.

Replica delle società idriche

L'avvocato Marco Tonellotto, che assiste Acque del Chiampo, Viacqua, Acque Veronesi e Acquevenete, respinge le argomentazioni della difesa. «La manovra è priva di fondamento», afferma. Il sistema delle autorizzazioni rilasciate a Miteni non prevedeva i Pfas tra le sostanze scaricabili. La società aveva indicato criteri tecnici per l'abbattimento di questi composti.

«Gli unici composti scaricabili erano quelli previsti in autorizzazione», prosegue Tonellotto, «secondo il principio vigente in materia ambientale, per cui è vietato ciò che non è autorizzato». Viene inoltre ricordato che nel piazzale della Miteni è stato ancora trovato il GenX, una sostanza che resiste per anni. La battaglia legale prosegue.

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