La difesa degli imputati nel processo Pfas sostiene che la Miteni sia stata usata come capro espiatorio. Sottolineano come le autorità fossero a conoscenza degli scarichi, ma non intervenissero per assenza di limiti normativi.
La difesa contesta il ruolo della Miteni
Gli avvocati di 15 imputati nel processo Pfas hanno espresso un forte dissenso. Ritengono che la Miteni sia diventata un capro espiatorio. La loro posizione è chiara: tutti gli enti pubblici erano informati degli scarichi. Tuttavia, non vi era preoccupazione per potenziali rischi sanitari. Questo accadeva per la mancanza di evidenze scientifiche e limiti normativi specifici. Ora, mentre la Miteni affronta il giudizio, altri soggetti chiedono risarcimenti.
I legali Novellio Furin, Leonardo Cammarata, Ermenegildo Costabile, Salvatore Scuto e Raffaella di Meglio rappresentano i vertici e i manager della società. Sono accusati di avvelenamento delle acque, disastro ambientale e bancarotta fraudolenta. La Miteni è in liquidazione da tre anni. Le multinazionali Mitsubishi e Icig, ex proprietarie, sono state individuate come responsabili civili.
La difesa ha evidenziato come la Miteni si sia autodenunciata nel 2013. Aveva comunicato l'uso di Pfas e altre sostanze. L'inchiesta iniziale fu archiviata dalla procura. La motivazione fu la mancanza di valori-soglia legali.
Il rifiuto della Regione Veneto
A sostegno della loro tesi, i difensori hanno citato un decreto del tribunale civile di Vicenza. Questo decreto ha respinto la richiesta della Regione Veneto. La regione chiedeva quasi 5 milioni di euro per danni ambientali. La richiesta era di insinuarsi nel passivo della Miteni. Il collegio giudicante ha motivato il diniego. Ha sottolineato la mancata fissazione di limiti di concentrazione soglia. Sia per la contaminazione che per il rischio.
Inoltre, è stato evidenziato come la Miteni avesse sempre rispettato i limiti imposti. Questi limiti riguardavano il conferimento dei rifiuti nella rete fognaria. Pur contestandoli, la società li aveva seguiti. Questo dimostra, secondo la difesa, una volontà di conformarsi alle normative vigenti.
Le autorizzazioni e la continuità aziendale
Le difese hanno presentato una memoria contestando parte della documentazione. Questa documentazione era stata prodotta da Viacqua, parte civile. Si sosteneva che la Miteni non avesse mai menzionato i Pfas nei rinnovi delle autorizzazioni allo scarico. Le richieste risalivano al 2004, 2007 e 2012. I legali degli imputati hanno invece argomentato la continuità aziendale tra Miteni (ex Rimar) e Viacqua. Quest'ultima è nata da diverse incorporazioni.
Già nel 1988, la Rimar aveva compilato un modulo. Indicava il «ciclo di produzione perfluorurati» e le sostanze utilizzate. L'allaccio alla rete fognaria fu sempre autorizzato sulla base di quella prima approvazione. L'ente gestore impose limiti specifici negli anni successivi. Questo, secondo la difesa, prova la consapevolezza di ciò che veniva scaricato. Fino al 2012, l'ente era informato. Il refluo proveniva dai sistemi di abbattimento. Conteneva inevitabilmente tali sostanze.
La replica delle società idriche
L'avvocato Marco Tonellotto, che assiste Acque del Chiampo, Viacqua, Acque Veronesi e Acquevenete, ha respinto le affermazioni. Ha definito la manovra difensiva «priva di fondamento». Ha spiegato che le autorizzazioni rilasciate a Miteni specificavano le sostanze scaricabili. I Pfas non erano tra queste. La Miteni aveva indicato i criteri tecnici per l'abbattimento di questi composti. Il principio generale in materia ambientale vieta ciò che non è autorizzato.
È stato inoltre ricordato che, anche un anno fa, tracce di GenX sono state rinvenute nel piazzale della Miteni. Questo dimostra la persistenza delle sostanze. La battaglia legale prosegue.