La Basilica Palladiana di Vicenza ospita la mostra "Guido Harari. Incontri", celebrando cinquant'anni di carriera del celebre fotografo. L'esposizione offre uno sguardo profondo sul suo percorso artistico, tra musica, arte e incontri significativi.
Harari: cinquant'anni di scatti e incontri
Il fotografo Guido Harari presenta la sua esposizione intitolata «Incontri» presso la Basilica Palladiana di Vicenza. L'evento, visitabile fino al 26 luglio, non è una semplice celebrazione, ma un vero e proprio attraversamento della sua lunga carriera. Harari, con i suoi 74 anni, preferisce vedere i bilanci come trampolini di lancio per nuove prospettive. La mostra nasce dal desiderio di condividere un percorso fatto di relazioni, visioni e immagini.
La sua opera spazia ben oltre il mondo della musica, pur centrale nel suo lavoro. L'esposizione vicentina raccoglie una costellazione di incontri che hanno segnato mezzo secolo di scatti. Harari è noto per la sua capacità di catturare l'anima degli artisti che ha ritratto. Per lui, il ritratto è un atto di relazione profonda, prima ancora che un esercizio estetico.
La mostra come divulgazione culturale
L'esposizione a Vicenza ripercorre il cammino di Harari, unendo volti celebri a figure meno conosciute al grande pubblico. Questa scelta è dichiaratamente un gesto di divulgazione culturale. Harari sottolinea l'importanza di presentare nomi come i fratelli Citti, Francesco Rosi, Bruno Munari, Dario Fo e Michelangelo Pistoletto. Questi artisti, pur non sempre noti ai più, hanno offerto molto al fotografo.
«Queste sono le persone, le esperienze che mi hanno offerto molto», afferma Harari. L'era di Internet permette ai giovani di informarsi rapidamente su chi siano questi artisti. Un tempo, invece, era necessario leggere e documentarsi, un processo più lento. La mostra mira a incuriosire e a stimolare la scoperta.
La genesi della mostra e la formazione
L'idea per la mostra è nata circa quattro anni fa, proposta dall'allora assessore alla cultura di Ancona, Paolo Marasca. Harari ha accettato a condizione che l'esposizione includesse l'intero suo percorso, non solo la musica. I suoi settant'anni sono stati visti come un'opportunità per rilanciare la sua attività, non per ritirarsi. Anzi, si dichiara più attivo che mai.
Un elemento centrale della mostra è una parete di otto metri che riproduce le pareti della sua stanza. Questo enorme collage include figure come Che Guevara, Truffaut, i Beatles, Hendrix, Kennedy e Judy Garland. La stanza rappresenta il periodo dal '62 al '72, fondamentale per la sua formazione e per la spinta verso la musica e la fotografia.
Il ritratto come incontro e gioco
Harari descrive il ritratto come un incontro che richiede un'apertura reciproca. «Deve esserci un’apertura reciproca. Una voglia di scoprire qualcosa di sé, da entrambe le parti», spiega. L'altro diventa uno specchio, e la voglia di giocare è essenziale. Questo approccio è evidente nella «Caverna Magica», dove il fotografo parla con i soggetti per circa mezz'ora, individuando gli spunti su cui lavorare.
Il processo è paragonato alla «cucina degli avanzi», senza stylist o truccatori, inventando tutto sul momento. Questo approccio è liberatorio sia per i soggetti che per lui. L'energia dello scambio è la cifra distintiva dello scatto giusto, anche se tecnicamente imperfetto o sfocato.
Dalla musica ai libri: l'evoluzione artistica
La musica è stata la porta d'ingresso per Harari, ma oggi il suo interesse si è ampliato. Già dalla fine degli anni Ottanta ha iniziato a fotografare persone in ambiti diversi. Si è poi disamorato della fotografia celebrativa per dedicarsi ai libri con figure come Fernanda Pivano, la Fondazione De André e Gaber. Ha scoperto nel libro una forma di fotografia senza macchina fotografica, permettendo un'immersione più profonda rispetto ai tempi ristretti dello scatto.
Un insegnamento prezioso gli venne da Frank Zappa nel 1973. Di fronte a un Harari balbettante, Zappa gli disse: «Vuoi diventare amico di un musicista? Spegni il registratore e beviamo qualcosa insieme». Questo gesto di condivisione è stato poi ripetuto con molti altri artisti, insegnando a Harari lo sguardo che ascolta.
Privilegio, responsabilità e futuro della fotografia
L'accesso al backstage è stato un privilegio, ma anche una responsabilità. Inizialmente, forse per maggiore curiosità o minore richiesta, Harari ha stretto amicizie con musicisti come la PFM, De André, Santana e Lou Reed. Questo gli ha insegnato quando era meglio non tirare fuori la macchina fotografica.
Riguardo al futuro della fotografia, Harari esprime preoccupazione. L'avvento dell'intelligenza artificiale rende incerto il concetto di realtà. «Con l’intelligenza artificiale non sappiamo più in che realtà viviamo e sarà sempre peggio», ammette. Se un tempo era sicuro che un futuro per l'uomo significasse un futuro per la fotografia, ora non ne è più così certo.
Se dovesse rappresentare il nostro tempo con un'immagine, sceglierebbe Marte: «Deserto, rosso. Questo è il nostro tempo». L'esposizione nella Basilica Palladiana è per lui un'esperienza straordinaria, un traguardo che supera persino l'esposizione a Palazzo dei Diamanti a Ferrara.